Gli hashtag ricorrono ovunque. Ormai anche offline.

Sono anzi così ricorrenti, online, che la mia timeline di Facebook è piena di hashtag. Di più: in molti post leggo solo parole con il ‘#’. Non c’è un vero testo, ma solo cancelletti, in fila. Forse è un po’ troppo.

Anche perché, poi, gli hashtag non sono certo uno strumento di e da Facebook.

Invece, sono a loro agio su Instagram e Twitter. Dove sono nati.

La parola che unisce hash (cancelletto) e tag (etichetta) deve infatti la popolarità alla sua introduzione su Twitter come caratteristica per contrassegnare parole chiave, che richiamano così l’attenzione degli utenti su temi particolari.

Da Twitter si è spostata su Instagram, il regno delle e degli influencer. Crescendo.

Nell’uno come nell’altro caso è evidentemente la sua funzione come catalizzatore di traffico, o meglio come strumento per aumentare la reach dei singoli tweet o post.

Degli hashtag particolari permettono di andare a colpire una determinata audience. Di farlo in maniera quantitativa ma anche “verticale” e mirata. Uno strumento di marketing molto efficace anche per le aziende, è ovvio.

Di qui, anche, l’idea dell’utilizzo “orizzontale” degli hashtag: vanno cioè usati assieme e in sinergia, perché determinati gruppi possono garantire il successo di specifiche attività di lancio piuttosto che promozionali su specifici prodotti.

Ma è veramente così?

Nelle ultime settimane abbiamo seguito la campagna promozionale di un brand leader nel mondo del personal care. Una promozione dotata di una scontistica importante. Da non perdere.

Analizzando casi di implementazioni simili negli ultimi trimestri, però, è risultato evidente che i benefici di traffico guidati dell’uso di hashtag come per esempio #scontoXY% #promozioneXpiùY e simili sarebbero stati ampiamente annullati dalle reazioni ad essi dei consumatori.

Nelle promozioni al consumo molto “profonde” in termini di scontistica, infatti, capita che le scontistiche del produttore non vengano girate nella loro integrità al consumatore, oppure non vengano girate del tutto, oppure non lo siano nei giorni corretti e su tutti i negozi. Oppure, capita che gli utenti abbiano acquistato proprio il giorno prima. O quello dopo.

La reazione degli shopper, in questo caso, è tutta online: un sentiment che viene espresso direttamente sotto i post con commenti negativi e emoji infuriati.

Meglio studiare bene quali sono i sentimenti che gli hashtag provocano negli utenti, quindi, prima di puntare al traffico per se.